19/07/2019
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Cinque piccoli tesori di Siena

Ancora una volta ci ritroviamo a parlare dei segreti di Siena, di quelle minute cose che, quotidianamente, ci sfuggono, accompagnando i nostri frenetici spostamenti in città. Insieme ci siamo già imbattuti in dieci chicche dal gusto macabro https://piazzadelcampus.it/teste-croci-fantasmi-caccia-dieci-piccoli-segreti-siena-6489/ , ora è il momento di scoprire lapidi, insegne e reperti archeologici che si nascondono tra le strette vie di Siena, al di sopra delle nostre teste.

Il nostro punto di partenza si trova in pieno centro, tra le arterie principali di Piazza del Campo e del Duomo: il ponte di Diacceto.

 

  • “CHI LO RIEMPIE ALLA FOLLIA, LO DEVE BUTTAR VIA” 

Catturati inevitabilmente dalla grande veduta panoramica che fa breccia tra i fitti laterizi della città, lasciamo vagare il nostro sguardo tra le dolci colline di Siena, senza accorgerci della presenza, ad altezza gambe, di una interessante lapide.

Questa lapide, datata 1618, è una “grida”, una sorta di avviso pubblico che esplica le sanzioni per il “padrone” e per il “manuale” (manovale, cioè il servo) che depositino spazzatura sulla pubblica via, obbligando il proprietario a corrispondere anche la cifra per il servo.

Erano pezzi realizzati in serie, così numerosi e petulanti per ribadire l’importanza dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto se, a peggiorare la viabilità e la salubrità cittadina, c’era l’intransigente perseveranza umana.

I nobili riuscivano facilmente ad arginare il problema dello smaltimento dei rifiuti perché nelle loro abitazioni erano, spesso, presenti i “pozzi di butto”, ovvero dei pozzi in cui venivano gettati i rifiuti fino al loro completo riempimento. Tuttavia, la puzza risaliva facilmente e non c’era finestra o portone che potesse impedirne la diffusione all’interno degli appartamenti.

 

  • VIA DI BECCHERIA

Proseguendo giusto verso Via di Città, ci si imbatte in Via di Beccheria. Qui si trova una lapide datata 1486 che ricorda i lavoratori che animavano questa via: i macellai, i cosiddetti beccari.
In realtà il beccaio era colui che vendeva la carne di “becco”, cioè di caprone, ma per estensione il termine era usato per la vendita di qualsiasi carne.

Nel 1400, i macellai erano presenti in via di Beccheria, come conferma la stessa lapide, sebbene, già da quel secolo, la macellazione della carne fosse stata concentrata nel piano di Fontebranda, lontano dalle abitazioni, per via del cattivo odore. Dal 9 novembre 1763, tuttavia, per volere del Granduca Leopoldo, la vendita delle carni fu trasferita esclusivamente qui.

 

  • UMBERTO GREGORI DENTISTA

Immettendoci, poi, in Via di Città, al civico 19 si trova la simpatica insegna del dentista Umberto Gregori, realizzata nel 1914 da Guido Bianconi, artista senese.

La scenetta, che ironizza sui lancinanti interventi odontoiatrici, è animata da due puttini: uno è immobilizzato mentre si fa cavare un dente dall’altro.

 

 

 

 

  • VIA DI CASTELVECCHIO: UN CUORE ANTICO

Dopo aver percorso interamente Via di Città, si risale verso Via di Castelvecchio, il nucleo cittadino più antico di Siena. Percorrendo l’irta stradina, già si avverte la sensazione di entrare in un lontano passato, dove il giallo antico si frappone allo sbiadito rosso dei laterizi.

 

Al civico 10 si dovrà sollevare lo sguardo per poter vedere un corpicino togato, qui utilizzato – sicuramente in epoca medievale – come un pezzo di riuso. Per quanto mutilo, si dovrebbe trattare di un frammento di un’urna romana della seconda metà III secolo d.C.

Cosa porta a ipotizzare questa datazione? La risposta si trova immediatamente nello stile di lavorazione. La pietra è profondamente segnata dai solchi degli strumenti di lavorazione che sottolineano, con capacità astrattiva, il dispiegarsi dei panneggi, ottenendo, tuttavia, l’effetto contrario di intrappolare il corpo in un sovrapporsi di piani e superfici taglienti. Questa è la scultura della tardo-antichità, genuinamente multiculturale.

Con molta probabilità, il corpo togato doveva apparire in alto rilievo sulla superficie dell’urna e la sua funzione era decorativa e riconoscitiva (riprendeva quella stessa funzione identificativa dei ritratti di epoca repubblicana) mentre era colto in atteggiamento di salutatio nei confronti delle divinità dell’Aldilà.

 

Continuando a percorrere Via di Castelvecchio, sulla destra, ci si imbatterà in un architrave costituito da due blocchi di arenaria gialla, decorati con bassorilievo (in gran parte non più leggibile). Si tratta di elementi di riuso medievale anche in questo caso, mentre la loro origine incerta potrebbe essere etrusco-romana.
Si intravedono due serpenti che, in posizione speculare, si congiungono al centro, portando con sé una fitta e complessa simbologia antica, collegata al mondo tellurico ed acquatico, al processo di rigenerazione, al contatto con il mondo dei morti.

La particolarità, qui, risiede nella decisione di assemblaggio dei due blocchi di arenaria, al momento della costruzione medievale: è stata una scelta dei costruttori medievali quella di disporre, in questa combinazione, i due pezzi di arenaria, con i due serpenti che si congiungono nella “fuga” tra i due blocchi, affinché si creasse un disegno decorativo calibrato ed equilibrato, considerando la posizione di centrale visibilità dell’architrave.

 

Il nostro giro di oggi si conclude scendendo da Via di Castelvecchio ed immettendoci su Via San Pietro.

  • CONTRO IL MERETRICIO

Sulla ripida discesina, in alto a sinistra, si potrà vedere una lapide con cui gli abitanti di Castelvecchio, nel 1704, chiedevano alle autorità comunali l’allontanamento delle meretrici dalla loro strada, che lì soggiornavano dal 1620. Ad intercedere per tutelare il proprio territorio, la contrada della Tartuca, poiché già dal Seicento, le Contrade possedevano personalità giuridica e si potevano rivolgere, in tale veste, all’autorità pubblica.

Tuttavia, la causa non andò a buon fine e nonostante le esose multe previste, in Castelvecchio ed in tutta la città continuarono a esistere postriboli.

 

 

 

Gaia Colasanti

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