23/08/2019
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Binario parallelo

[Binario parallelo è il seguito dell’inedito di domenica 31 Marzo, che trovate qui]

Alle ore 10:50 al binario numero 12 di Santa Maria Novella Marco aspettava il suo treno per Torino. In quel freddo 9 marzo osservava in modo distratto le persone intorno a lui in attesa della partenza. Lì immobile con la sua sigaretta tra il fumo che lentamente saliva verso l’alto e il suo cappotto nero volse per un istante lo sguardo a terra. La vista di due binari di ferro arrugginiti, creò in lui un pensiero quasi grottesco. Due linee costantemente parallele, mai unite, create con quel materiale così duro, così inscalfibile e pesante, una similitudine della sua vita, quella doppia esistenza condotta in due città diverse, così ambivalenti. Salito sul treno, seduto al suo posto come gesto consueto, come rituale ormai assodato, si sfilò la fede dall’anulare, osservò per un istante il cerchio dorato illuminato dal quel sole pallido di fine inverno che teneva tra le mani. Paralizzato da un segno, dall’idealizzazione forse di un futuro felice inarrivabile, irraggiungibile, eternamente distante. Il simbolo del matrimonio si riduceva a quello, un anello, un cerchio, una continua visione di vita, di nascita di morte. Continuava a chiedersi silenziosamente cosa fosse realmente per lui quell’oggetto tanto bramato un tempo e tanto odiato ora da essere nascosto. Con le dita stringeva sempre più forte quell’anello che lo univa a Lavinia, sua moglie e a suo figlio Michele. Piegò leggermente la testa verso destra e osservò le campagne toscane diradarsi e scomparire sempre più velocemente, si abbandonò leggermente al sedile e chiuse gli occhi. Balenò all’improvviso per un breve istante nella sua mente l’immagine di quei binari dimenticati, freddi, immutabili nella loro apparenza. Chiuse per un istante gli occhi, quell’immagine dei binari gli provocava un’angoscia inspiegabile. Si abbandonò ancora di più, lasciandosi scivolare lentamente verso il basso e la testa si piegò leggermente all’indietro e il respiro si fece più veloce, in quel momento di evasione nella sua mente si proiettò l’immagine di due binari paralleli ad un incrocio, costretti inevitabilmente ad incontrarsi ed unirsi, forse addirittura a scontrarsi. Quella visione rimase lì nella sua mente. Due binari ad un incrocio che attraverso il deviatoio erano in grado di cambiare la direzione dei treni, magari anche quella della sua carrozza. Si immaginò per un istante le sue vite come i binari, costretti inevitabilmente a scontrarsi in un futuro. Eppure, lui era sempre stato così attento, così bravo a nascondere i sentimenti, le emozioni, i pensieri. Cosa stava succedendo? In quale direzione si sta muovendo quel treno? Cosa voleva realmente dalla sua vita?

Si risvegliò dopo qualche minuto, cercò subito dell’acqua, si sentiva la bocca asciutta e amara. Rimase però una visione davanti ai suoi occhi, binari con vagoni in fiamme che tendevano l’apice del loro calore verso spazi sempre più ampi. Cercò in tutti i modi di allontanare quell’immagine della sua mente, ma più la respingeva più questa si presentava attraverso forme indesiderate e scostanti. Flash di un incendio si proiettavano negli angoli remoti della sua mente alla ricerca del loro spazio, per fossilizzarsi e rimanere lì in eterno. Nel frattempo, il treno era arrivato alla stazione di Bologna, così oscura e tetra. La voce metallica annunciava la discesa e la salita dei passeggeri, intanto Marco si sentiva estraneo da quella dimensione. Voleva il silenzio, cercava di trovare una collocazione spaziale e temporale ad alcuni avvenimenti della sua vita. A casa la situazione era difficile, Michele stava crescendo in fretta e Lavinia nell’ultimo periodo era spesso stressata e ansiosa. Non facevano l’amore da mesi, forse per questo ora si trovava su quel treno verso Torino, alla ricerca forse di un’unione carnale fatta di istinti e giochi primordiali. Desiderava il corpo di Lavinia eppure si sentiva attratto da Ludovica, spesso mentre faceva l’amore con l’amante si immaginava la moglie, il suo naso, i suoi seni e le sue mani che stringevano in modo sempre più isterico le coperte. Altre volte invece voleva stare da solo. Si osservava spesso nudo prima di entrare in doccia, tra quelle spalle grandi, sempre aperte agli affanni e ai colpi della vita rivedeva nell’immagine riflessa nello specchio il corpo di suo padre. Quel genitore maledetto, che l’aveva abbandonato nel fiore della sua adolescenza. Rivedeva nel suo glabro corpo da sportivo le sembianze del viscido che aveva chiuso la porta dietro di sé il giorno del suo ottavo compleanno. Quante volte aveva imprecato contro la sua stessa ombra, quante volte avrebbe voluto rompere in frantumi l’immagine di un sé diverso. Lui era Marco. Un brillante investitore in borsa, una vita agiata, una famiglia, una bella macchina, amici veri, quelli che avevano compreso ogni sua decisione. Con le donne aveva sempre avuto un grande fascino, per la sua abilità, per i suoi interessi, per le sue passioni, era in grado di condurre discussioni senza mai sfigurare o apparire impreparato. Amava la sua vita, amava sé stesso. Eppure, qualcosa in lui si stava sciogliendo, forse quella maschera costruita stava lentamente perdendo i suoi pezzi, lasciando intravedere il volto di un uomo distrutto, vittima della sua stessa vita, assassino dei suoi giorni.

Chiara Cecilia Frisone

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