23/05/2019
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Incontro con Helena Janeczek, vincitrice del premio Strega 2018

Continua il ciclo di conferenze dedicato ai protagonisti della letteratura contemporanea, dopo l’incontro con Rosella Postorino, vincitrice dell’ultimo Premio Campiello.
Ad un’altra scrittrice è stato rivolto l’invito: Helena Janeczek, vincitrice con il romanzo La ragazza con la Leica del Premio Strega e del Premio Bagutta, edizione 2018.

Nata a Monaco di Baviera, nell’allora Germania dell’Ovest, ma di origine polacca, vive in Italia da più di trentacinque anni. Dopo aver debuttato come poetessa nella sua lingua madre, il tedesco, ha adottato con la narrativa definitivamente l’italiano, da lei considerato “l’unica lingua della creatività”.
Nel 1997 si colloca il suo esordio con Lezioni di tenebra, storia di un viaggio metaforico e reale nei luoghi in cui i suoi genitori, polacchi di origine ebraica, furono deportati, unici superstiti del massacro delle rispettive famiglie: una Polonia non lontana da Auschwitz e l’occasione per indagare il groviglio di relazioni che unisce e disgiunge una figlia e una madre. Il romanzo, caricandosi di una forte componente autobiografica che si svela già nell’utilizzo della prima persona (seppure non abbia niente a che vedere con quella dell’autofiction) assume dunque le vesti di memoir e accoglie la tecnica paradossale della postmemoria.  L’opera, nata da una serie di note diaristiche, si propone di far affiorare dalla tenebra memorie sepolte, rimosse, dimenticate, pure calibrate sull’avvenuta deportazione della madre stessa, sopravvissuta ad Auschwitz, lì dove vede scomparire l’intera sua famiglia. È così che nasce la necessità dell’esordio, per la Janeczek: all’interrogativo spontaneo su come sia possibile che Auschwitz sia accaduto, si sostituisce quello più personale, ma forse non meno impenetrabile, su chi sia sua madre. Ecco dunque che la necessità di rincorrere una verità, attraversando i non detti e ricomponendo fili di memoria è incoraggiata, appunto, da un’immersione nelle tenebre di quello che è stato, nel tentativo di restituire voce a identità, luoghi, storie altrimenti taciute e sommerse.
È proprio Lezioni di tenebra che incoraggia il confronto con l’opera vincitrice La ragazza con la Leica.

La perifrasi del titolo si riferisce a Gerda Taro, prima donna reporter di guerra a morire sul lavoro, figura affascinante e mitizzata per la sua audacia e per la sua vivacità intellettuale, nota soprattutto al mondo per il suo sodalizio, lavorativo e amoroso, con Robert Capa.
Gerda nasce nel 1910 a Stoccarda, figlia di genitori ebrei galiziani, quando ancora la Galizia apparteneva all’Impero austroungarico, prima di essere annessa alla Polonia ed in seguito all’Ucraina. I genitori di Gerda, commercianti, si trasferiscono in Germania, finchè nel 1930, in seguito al fallimento del padre, Gerda si trasferisce a Lipsia, all’epoca terza città industriale della Germania, avvicinandosi all’attività politica ed entrando a far parte dei movimenti socialisti e dei lavoratori. Viene arrestata e rimessa in libertà, fuggendo a Parigi da profuga ed esule per ragioni politiche, prima che razziali. Proprio a Parigi, incontra l’ungherese Endre Friedman, anch’egli ebreo e comunista, che sbarca il lunario battendo a macchina e facendo il fotografo: è colui che diverrà in seguito Robert Capa.

Decisi a seguire le sorti della guerra in Spagna, con l’intenzione di sostenere la lotta repubblicana, nel 1936 ne divengono testimoni e fotografi di guerra. Alla lotta, oltre alla partecipazione di alcuni esponenti antifascisti e fondatori comunisti italiani come i fratelli Rosselli, spiccano personalità quali Ernest Hemingway e George Orwell, che racchiuderanno l’esperienza del feroce conflitto nei rispettivi scritti, Per chi suona la campana (1945) e Omaggio alla Catalogna (1938).

Gerda, nel luglio 1937, mentre sta fotografando sul campo di battaglia, viene investita da un carro armato repubblicano, a soli 26 anni. A Parigi, viene allestito per lei un suntuoso funerale, a cui partecipano più di 200 mila persone che la esaltano come un’eroina repubblicana.

La Janeczek spiega di aver incontrato la figura di Gerda Taro in una mostra dedicata proprio a Robert Capa, e di essersi interessata al suo reportage sull’avanzata delle truppe alleate dopo lo sbarco in Sicilia, mentre lavorava al romanzo precedente, Le rondini di Montecassino. Il testo del romanzo fa quindi continuo riferimento al materiale fotografico,che ritrae il duo a lavoro e alle immagini da loro stessi scattate, in un linguaggio in cui la fotografia e la parola si intrecciano continuamente.
Il romanzo recupera questa protagonista femminile di grande impatto ma senza farne – come spiegato dalla Janaczek – “strong female character”, come spesso rischia di venire accolto un personaggio di un simile calibro nel mondo editoriale. Gerda non è soltanto un’eroina che sfida e testimonia la vita al fronte di guerra, ma è personaggio a tutto tondo, non priva di fragilità umane. “Perché è questa”, conclude la Janeczek, “la forza della letteratura: rappresentare luci e ombre della natura umana. E la personalità di Gerda, il suo fascino, la sua dolcezza così come ritratta nelle foto di cui è protagonista, ne sono la dimostrazione”.

Conferenza tenutasi Giovedì 11 Aprile presso l’UNISTRASI dalla scrittrice Helena Janeczek

                                       EA

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