10/12/2019
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Sulla Cina

Ho conosciuto M. (l’iniziale sta per il suo nome italianizzato) perché aveva bisogno di pratica di italiano. Lo studiava da almeno tre anni, e questo era il suo primo scambio culturale con l’università di Siena. Aveva le tipiche difficoltà di una studentessa che apprende una lingua che fonologicamente non ha nulla a che fare con la sua, e che al posto di ideogrammi ha un alfabeto. Perché M. è cinese, di Pechino. 

È curioso come in un mondo in cui la conoscenza è così volatile, in cui si ha l’illusione di capire come vanno le cose, in cui la distanza non è più questione di chilometri, ci convinciamo del fatto che realtà lontane dalle nostre siano soltanto variazioni della nostra circoscritta realtà. Ed è sorprendente come, con la pretesa di insegnare, ci ritroviamo noi stessi ad apprendere. Così è stato nel caso di M., credo. Il suo italiano ha fatto dei buoni progressi, ma ad accrescersi è stata anche la mia consapevolezza riguardo ad un mondo che credo di avere sotto gli occhi, e che invece mi sfugge senza che riesca a carpirlo definitivamente.

Quelle che dovevano essere lezioni, si sono trasformate in un confronto tra due studentesse quasi coetanee, o se vogliamo allargare la nostra veduta, tra due ragazze dello stesso mondo. I temi? Diritti, immigrazione, politica; la condizione della donna, la religione, l’ambiente; come le proprie tradizioni culturali impattano sulla nostra vita quotidiana. 

Ecco che allora ho scoperto, attraverso quell’italiano difficile di M., che è vero che in Cina vi è un unico partito, quello comunista, ma che ciò comporta dolorosamente che nessuno degli abitanti vada quindi a votare. Ho scoperto, mentre M. aveva letto un articolo su Greta Thunberg e mi aveva chiesto spiegazioni, che in Cina non è permesso alcun tipo di manifestazione o marcia per i diritti. Ho scoperto che M. non aveva un fratello o una sorella per la politica del figlio unico, che certo avevo sentito nominare, senza d’altronde valutarne l’impatto su una mia coetanea. 

Altro? Non vi è possibilità, se non a pagamento e per intervalli di tempo, di navigare in siti che non siano cinesi (e qui si è posta la difficoltà, di come, senza WhatsApp, avremmo potuto continuare a sentirci); l’omosessualità è ancora un tabù; il riciclo e la raccolta differenziata inesistenti. 

Il ritmo del lavoro, forsennato. E infatti M. più volte mi ha detto come trovava rilassante la vita in Italia, non solo rispetto a Pechino, ma anche rispetto la mentalità della Cina. 

Dalla mia parte, vi era uno stupore misto a quel sentimento di ribellione contro le ingiustizie che inizia a ribollirmi quando non riesco ad accettare che le cose possano rimanere così come sono sempre state. Ho chiesto, a M., se non vi erano sporadici episodi di rivolte, o riottosi tentativi di sovvertire il governo. Se qualche studente, alle volte, scriveva nei suoi temi di scuola di essere contro quel Paese che aveva ancora molto da garantirgli. Lei scosse la testa. Accadono, sì, ma sono repressi col silenzio. Nessuno studente scende mai in piazza con cartelloni fatti in casa perché, mettiamo, la sua scuola non ha abbastanza fondi o non si preoccupa di iniziative culturali; nessun ente ambientalista diffonde la morale ecologica; nessuno rivendica il proprio diritto di voto. E M. era perfettamente consapevole di questo, mentre la guardavo con occhi sgranati. Eppure, scuoteva la testa. Noi studenti non possiamo fare nulla, perché non è incoraggiato alcun tipo di dialogo sulla situazione politica, mi dice, né a casa, né a scuola, né tra amici. Conclusione: tutti sono fuori dalla politica, e nessuno è legittimato a fare il contrario. 

Dopotutto, l’agiatezza è quello che basta alla gente: il denaro è considerato l’unico motivo di successo. I ritmi di lavoro precludono il tempo libero, il dedicarsi alla famiglia e spesso, anche la serenità.  

E il ritorno, quindi come sarà?, le chiedo, “Come sarà notare la differenza non tra un Paese perfetto e uno imperfetto, ma tra uno democratico e uno non?” Lei mi spiega che un ragazzo di sua conoscenza, trascorso un anno di studio in Italia, è tornato a vivere in Cina estremamente deluso. È come se si vedesse tutto straniato: la disparità tra quello che si potrebbe avere, una vita migliore in molti sensi, e le limitazioni che si  è costretti a subire, alle volte senza averne neanche la cognizione lucida. 

Mentre sto scrivendo, M. sta forse preparando le valigie per tornare. Le dedico questo articolo, con l’implicito ringraziamento per aver potuto fare la sua conoscenza. 

 

EA

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