23/08/2019
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La Cosmesi da sfatare: i Parabeni, tossicità o marketing?

Quando acquistiamo e apriamo la confezione di un prodotto da destinare alla cura del corpo o all’alimentazione, induciamo una contaminazione chimico-fisica del prodotto stesso. Acqua, polvere e altre microcomponenti normalmente presenti nell’ambiente in cui viviamo penetrano nella confezione e, in assenza di un idoneo sistema di difesa, determinerebbero la crescita di colonie di batteri e funghi che, a contatto con le mucose del corpo, risulterebbero dannose.

I conservanti (riportati in etichetta mediante una E maiuscola seguita da un numero a 3 cifre che può variare da 200 a 299) svolgono, appunto, questo importantissimo ruolo di difesa: vengono aggiunti alla composizione del prodotto e, senza interagire in alcun modo con questo, lo proteggono attraverso la formazione di legami resistenti, tanto da rendere la sostanza un terreno molto poco fertile per la crescita batterica e fungina. La copertura è assicurata dai 6 ai 24 mesi a partire dall’apertura della confezione, a seconda della potenza del conservante aggiunto o del tipo di prodotto da utilizzare.

I Parabeni, scoperti da un chimico tedesco nel 1924, hanno rappresentato per oltre 70 anni la classe di conservanti più utilizzata. Chimicamente Esteri dell’Acido para-idrossibenzoico – da cui prende il nome la classe – sono composti organici a bassa dose ad attività battericida e funghicida, largamente impiegati nei prodotti confezionati dell’industria cosmetica (principalmente), farmaceutica e alimentare. Ne basta l’aggiunta di una piccola quantità in fase di produzione per inibire la degradazione del composto in un arco temporale prolungato. Sono, inoltre, molecole altamente stabili: adempiono alla loro funzione anche quando il prodotto si trova in condizioni di temperatura e umidità esterne non favorevoli alla sua ottimale conservazione.

Nel 2004 un team di ricercatori inglesi guidato dalla biochimica Philippa Darbre pubblicò uno studio che denunciava la carica cancerogena di molteplici parabeni contenuti, in particolare, nei deodoranti utilizzati per l’igiene della persona. L’èquipe, infatti, avevano analizzato tessuti cancerosi asportati tramite biopsia dall’area ascellare di donne colpite da tumore al seno, rilevando quantitativi consistenti di parabeni all’interno delle cellule cancerose. Ad avallare la tesi della Darbre aveva poi contribuito anche una potente e rapida diffusione mediatica della notizia, tanto da determinare in tempi brevi un crollo vertiginoso di vendita di prodotti che li contenevano.

Tuttavia, la comunità scientifica si è fortemente dibattuta circa l’autenticità di questa teoria a causa di evidenti lacune metodologiche presenti alla base dello studio. Le analisi, infatti, erano state condotte su un campione di donne estremamente ristretto, del tutto insufficiente per permetterne la pubblicazione. Inoltre, mancava l’elemento fondamentale per conferirne veridicità, ovvero quello che nel linguaggio scientifico viene chiamato “campione di controllo”: le stesse analisi devono essere effettuate con medesimo metodo e sistema anche su un campione di donne sane, così da poter rilevare differenze e somiglianze di reazione.

La bomba mediatica era ormai stata sganciata e negli anni successivi prodotti contenenti parabeni hanno subito una discriminazione commerciale tale da costringere le aziende produttrici a sostituire l’utilizzo di parabeni con equivalenti che avessero funzionalità ed efficacia simile.

Dopo circa una decina d’anni, un gruppo di esperti in Epidemiologia dell’Università di Seattle ha ripreso il lavoro pubblicato anni prima estendendolo questa volta a un campione molto più ampio di donne, circa 1500. Di queste, una metà era portatrice di tumore al seno, l’altra no. Alla base di questo secondo approfondimento vi era l’abitudine di tutte a utilizzare quotidianamente deodoranti contenenti parabeni. Le donne sono state monitorate per circa un anno, al termine del quale sono state da queste prelevate e analizzate sezioni di tessuti venute a contatto con i deodoranti durante l’intero anno di sperimentazione: nessuna presentava evidenze che ricollegassero l’utilizzo costante dei parabeni con particolari patologie. Il quantitativo di parabeni rilevato a livello delle cellule ascellari era lo stesso in tutte le donne, indifferentemente, e in nessuna di queste aveva scatenato reazioni di tipo tossico.

Lo studio ha dunque restituito innocuità ai parabeni sbugiardandone la pericolosità. Ciò nonostante, anni di terrorismo mediatico hanno comunque determinato la quasi totale eliminazione dei parabeni dagli eccipienti della maggior parte dei prodotti in circolazione. Gli scaffali di supermercati, profumerie e farmacie sono infatti popolati da confezioni su cui è stato riportato a caratteri evidenti l’alert “NO PARABENI”, in modo da potersene assicurare la vendita.

A oggi, non esistono – ancora – conservanti in grado di eguagliare completamente l’efficienza dei parabeni, ma le alternative proposte dalle aziende produttrici sono comunque molto valide.

Silvia Fanelli

 

 

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