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09/12/2018
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Leonard Cohen: nostalgia di un’arte silenziosa

Coloro che vagano per le vie alberate della canzone d’autore sanno che Leonard Cohen ha conferito ad essa una nobiltà letteraria, così come chi viaggia tra i paesaggi della storia della musica sa quanto rilevante sia la sua opera nell’educazione sentimentale, nostra e dei suoi colleghi cantautori. Coloro che hanno confidenza con la melodia della parola riconoscono in Leonard Cohen un poeta. Eppure egli era l’unico a non descriversi come tale, riluttante com’era a credere la poesia un’occupazione; era l’unico a negarsi poeta insistentemente, per evitare fastidiosi accostamenti o forse solo per capriccio d’artista. Ma il canadese lo è quando recita a teatro, quando dipinge, nelle sue canzoni, nelle sue preghiere, nei suoi romanzi, quando riassume se stesso in poche battute cercando di sgonfiare la drammaticità con l’ironia, ironia con la quale ride sul proprio narcisismo adolescenziale: “ho abbastanza senso dell’umorismo per vedere un uomo fuggire dalla propria sindrome di Stendhal, che si prende troppo sul serio, che cammina per disfarsi di una scomoda erezione quando sarebbe stato più efficace masturbarsi“.

I suoi racconti si tracciano sulle terre tormentate dei sentimenti senza incontrare la lentezza della retorica, narrati da una voce grave ma unica, marcati severamente dalla sorgente ebraica che infervora i continui richiami sia divini che profani. Ed il suo linguaggio è accurato, elegante, ma, con la discesa del poeta nel silenzio che avviene attraverso lo scorrere degli anni, si allontana dalla metrica, dal disordine dei neologismi e della contemporaneità pop. Apparentemente distaccato, quando offre le sue canzoni è in realtà coinvolto morbosamente e con singolare tenerezza, quando racconta il tormento della verità umana lo fa con profonda quiete ma, in quanto artista, sa che importa poco, perchè nel lento canto di sè, e di noi, comprende che l’essenziale è ascoltare, o contemplare.

Una quiete e una lentezza difficili da proporre a chi vive una modernità tanto nevrotica; ma Leonard Cohen è anche il poeta delle contraddizioni: ad esempio con l’album ‘Song of Love and Hate’ riesce ad adattare gli ardori e le ansie logoranti della letteratura europea alla musicalità rock; eppure, la sua voce, rock non lo è affatto. In un contesto estremamente irrequieto, fremente, esuberante, si consegna ufficialmente alla storia del cantautorato con la dolcissima dedica, enigmatica ma tutt’altro che rivoluzionaria, ‘Suzanne’, addizionando all’arpeggio di una ormai superata chitarra classica, una cantata matura ed intima; in ‘Anthem’ invece sembra volerci liberare dalla fissazione per il perfezionismo (“Dimentica la tua offerta migliore. C’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce”), pur essendone smanioso egli stesso quasi patologicamente, basti pensare al tempo che ha dedicato alla composizione di ‘Hallelujah‘, ovvero circa 5 anni; la sua rigidità diventa seducente, descrive la nostra vita più inespressa e nascosta senza enfasi o retorica, rivela l’autenticità dell’uomo irritandosi contro chi teme la normalità, trae la sua forza dal mettersi a nudo.

Insieme a Bob Dylan inaugura un nuovo e funzionale linguaggio dei sentimenti. Il confronto con il premio Nobel è essenziale ed inevitabile. Cohen rimane al di là del tempo perchè nasce poeta, lieve narratore dei sentimenti e del dubbio esistenziale. Dylan è nel tempo perchè nasce cantautore, musicista, con uno spirito più irruente. Anche quando i due poeti ebrei si rivolgono a Dio, Dylan canta con angoscia, più che esistenziale, sociale, intonando tutto il pessimismo, la disillusione ed il sospetto che nutre nei confronti delle istituzioni e del progresso, mentre Cohen avverte l’alienazione dell’uomo, la debolezza della sua natura, senza attribuire troppe colpe alla storia, degli uomini e della parola canta il silenzio. In un mondo chiassoso dove la convinzione è che la musica nasca dal sovrapporsi degli strumenti, insegna a farsi ascoltare senza alzare la voce, a volte canta i surreali lamenti di un ubriaco come in ‘One of us cannot be wrong’, a volte sussurri come in ‘If it be your Will’, o discorsi poveri ma dal verbo potentissimo. Ancora convivono in lui fenomeni contrastanti, atipicità e semplicità: non ha mai avuto bisogno di fare grandi discorsi, spesso per comunicare si limitava, forse anche beffardamente, a recitare i testi delle sue canzoni, come a dire ‘io sono semplicemente ciò che canto’.

E tutto ciò intorno alla quale ruotano i suoi canti è eternamente attuale. Senz’altro centrale è la moderata preghiera a volte sorprendentemente ironica e maleducata, la propaganda della pace, il dualismo tra perdente e vincente, padrone e schiavo, spirito e carne, mondano e divino, lo stesso confondersi del divino in mondano, come succede in ‘Beatiful Losers’ dove probabilmente ‘divino’ diventa colui che riesce a compiere un’impossibile possibilità umana o chi soltanto intravede il raggiungimento della stabilità nello scompiglio esistenziale. Cohen canta proprio la grandezza dei perdenti, la forza degli ultimi, ‘l’energia degli schiavi’, (titolo di una sua raccolta), sempre credendo, più che alla lezione di canto, al potere della melodia della quale si avvale per affrontare i peggior temi, per approfondire; così la ragazza (senza dubbio Janis Joplin) di ‘Chelsea Hotel’, brano che incorpora la desolazione derivante dalla fama, la solitudine delle camere affittate, la solidarietà inaspettata degli estranei, dopo essersi acconciata alla meglio commenta: “non importa, non siamo belli ma abbiamo la musica”.

Che la malinconia, nonchè la morte, siano destinate a danzare attorno a Cohen, lo suggeriscono episodi del suo passato; scrisse per la prima volta su un bigliettino di carta quando era un ragazzino, in occasione della morte del padre, ma quelle parole, che in seguito ha dimenticato, le seppellì accanto alla sua bara: ogni volta che scriverà e comporrà, contornato dalle candele e dall’incenso che usava accendere anche in studio, rivivrà questo momento ed il rapporto con il padre, sforzandosi, incosciamente, di ricordare le parole che gli ha dedicato. L’inquietudine disegnerà anche il suo primissimo approccio alla chitarra avvenuto a quindici anni: quando s’imbattè in uno studente spagnolo che corteggiava delle donne con la sua musica, riconobbe il potere seduttivo della chitarra; farà di quel musicista il suo insegnante ma dopo poche lezioni scoprirà il giovane morto suicida: le poche scale di flamenco ed i pochi accordi imparati sono i fondamenti di tutte le sue composizioni. Ma nonostante un’arte dolorosa comunque affondata nella pace, non siate pigri e non appioppate a Leonard Cohen attributi come ‘angosciante’, ‘malinconico’, ‘deprimente’. Senz’altro la depressione ha stimolato l’ossessiva ricerca spirituale e l’isolamento, (durato quindici anni, trascorso per la maggior parte in un tempio buddista sul Mount Bakly, in California, dove prese il nome di ‘Jikan il silenzioso‘ creando l’insolita figura dell’ebreo-buddista, e terminato nel 2008), ma la sua depressione è la contemplazione del proprio nulla, è la resa dei conti con il narcisismo dell’uomo, lo sguardo severo sulla propria accidia.

Si continua tuttavia a concepire Leonard Cohen come il cantante dell’angoscia, ‘il poeta laureato in pessimismo’, mentre è l’amore che dovrebbe ornare un suo eventuale titolo; perchè, seppur cantato silenziosamente, l’amore è l’ultima e assoluta speranza, ”the background, ciò che viene prima, il sottofondo”.

E’ l’amore ad esasperarlo; il sorriso troppo malizioso e lo sguardo ammiccante, il pianto senza ritegno ed il patetismo contano poco rispetto all’attesa, al sacrificio rimasto segreto, al simbolo, alla follia, alla commozione. Emblematico è come nel gelido brano “Famous Blue Raincoat”  Cohen si rivolga al nemico ed addirittura valorizzi la sua presenza fino all’esaltazione, senza provare nei suoi confronti un impulso rancoroso ma tutt’altro. Cohen canta dei motivi e delle stagioni del cuore con un coinvolgimento quasi ossessivo perchè la sua anima si spezza fra due consapevolezze avverse: riconosce che nessun essere umano è capace di dominare l’irrazionalità del cuore perchè ci è dato solo di soffrirla, ma che non esiste qualcosa in grado di curare o affrontare l’amore, non esiste qualcosa d’altrettanto puro, ci si può solo abbandonare ad esso, casomai trasfigurando tale abbandono in arte. Scioccante è l’amore di ‘Hallelujah’. La sua poesia sembra quasi sarcastica, irriverente anche quando si rivolge a Dio e alla religione, ma la musica celestiale del brano rende tale anche il testo. E’ proprio quest’ambiguità a rendere Hallelujah una canzone sacra: le note contengono un amore autentico ed assoluto ma il testo comunica una verità dell’amore umano faticosa ed imperfetta; Hallelujah diventa così una canzone quasi scettica sull’amore; “tutto quello che ho imparato dall’amore è come sparare a qualcuno che ha estratto la pistola più rapidamente di te”: sembrano parole amare, ma Cohen, naturalmente, fa in modo che l’ascoltatore sia libero di caricare il brano del senso che vuole. Indubbiamente meraviglioso è invece l’amore per Marianne, la ragazza conosciuta negli anni sessanta sull’isola greca di Hydra, sua ispiratrice e complice, la stessa donna di dolcissimi capolavori come ‘So long, Marianne’, e ‘Bird on the wire’ (canzone incredibile forse tra le più belle mai scritte). “Ti ho sempre amato per la tua bellezza ma non serve che io ti dica di più poichè lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”. Così le scriveva soltanto pochi mesi fa.

La storia della musica e della letteratura ha perso, lo scorso 7 novembre, chi ha massimizzato la funzione civile della canzone e della poesia, non come predicatoria, ma come testimonianza, chi riusciva, seppur con un’immagine apparentemente severa, ad abbracciare tutto con calda umanità, rendendolo incantevole, toccante. Dal 1967 Leonard Cohen ha cantato, col potere evocativo della sua poesia, di amori complicati, d’erotismo ed attrazioni impossibili da evitare, di libertà, emozioni, romanticismo, di depressioni, di quanto sia alienante la consapevolezza, ed ha inveito con passione, ma dolcemente, contro la guerra e l’odio. Eppure nella sua opera, anche la più tetra, accade sempre ciò che non sembra possibile; è quasi un sacerdote che ha cantato la sua anima, e quella di tutti, per poi tentare di curarla.

Sono passati pochi mesi dalla sua morte ma questo messaggio, forse prematuro, è dettato dalla nostalgia e soprattutto da un certo timore dell’oblio e dell’inconscia abitudine ad esso. Leonard Cohen decise, ormai pronto, di andarsene scivolando silenziosamente nell’oscurità del suo ultimo album ‘You want it darker’, un’oscurità materna; più luce è quel che noi possiamo donargli: nonostante l’austerità ricordatene la dolcezza, la discrezione, del rigore ricordate la sensualità, della follia ricordate il genio, dell’eleganza ricordate soprattutto il sorriso e la voce. Di questo gigante ricordatene la semplicità; non dimenticatevi di Leonard Cohen.

Gabriele Cardinale

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Ultimo Commento

  • Grazie per questo bellissimo post. Sono sentimenti che provo anch’io, ogni volta che penso a Leonard Cohen, ovvero tutti i giorni o quasi. Perché mi accompagna con grazia e tenerezza, tutti i giorni: accompagna me e tutte le (tantissime) persone che hanno avuto la fortuna di non liquidarlo come “difficile, noioso, deprimente” ma di lasciarsi toccare dalla sua poesia e dalla potente autenticità della sua persona, che traspare nei video, negli scritti, nelle canzoni.
    Solo una nota: ho letto (non ricordo più dove) una bella analisi di Famous Blue Raincoat, nella quale si evidenzia che il rivale di Leonard in realtà è il suo io. E’ una lettera che il poeta scrive a sé stesso, forse per sottolineare la propria difficoltà a “stare” nelle relazioni di coppia. Un meccanismo simile credo di averlo rintracciato anche nei versi di “Take this longing”, quando parla del poeta laureato. La poesia di Leonard Cohen è complessa ma incredibilmente molto limpida, perché secondo me utilizza moltissimo l’allegoria.