23/05/2019
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Russian Doll su Netflix ti farà ridere, piangere e prendere appuntamento dall’analista.

Manuel Agnelli in una delle sue canzoni più splendide diceva: Non è certo il tempo/ quello che ti invecchia/ e ti fa morire”, suggerendo che sarebbe un lusso credere di poter crepare una sola volta e definitiva; la vita è costellata di piccole morti, e nessuna di queste è data da un mero dato cronologico. Se Russian Doll, serie targata Netflix e ideata da  Natasha Lyonne, Amy Poehler e Leslye Headland potesse avere una tagline tutta italiana, forse riprenderebbe questo verso degli Afterhours. Poiché la protagonista, Nadia Vulvokov (interpretata dalla stessa Natasha Lyonne) il giorno del suo trentaseiesimo compleanno muore. E poi muore. E muore ancora. Risvegliandosi sempre nello stesso punto di quello stesso giorno, nel bagno, durante la festa che l’amica Maxine ha organizzato per lei.

Niente di nuovo fin qui sotto il sole della cinematografia. L’espediente narrativo del loop temporale è stato già ideato, sfruttato, innovato, riutilizzato. In nessun punto di Russian Doll viene presentato come una novità: la serie sa di essere l’ultima arrivata nell’utilizzo di una storyline talmente clichè che costituisce praticamente un genere a sè, e gioca con il citazionismo e il rimando esattamente come compensa con la modernità che incarnano i suoi personaggi. Nadia Vulvokov per lavoro programma videogiochi, bazzica una New York un po’ edgy e artistoide, ha una vita sregolata e di certo godereccia e si pone senza dubbio come l’elemento attivo nella ricerca di storie di una notte, ché tanto siam giovani e comunque non abbiamo nulla da perdere. Non è necessariamente bellissima, ma di sicuro si sente tale, e questo è un messaggio che ricalca quella tendenza alla body positivity che è leitmotiv di questo nostro tempo da millenials.

Nadia Vulvokov è un personaggio costruito per essere grottescamente comico e spiccatamente goliardico, incastrata non solo nel loop delle sue continue morti, ma anche in quello dei suoi vizi, dei suoi difetti, della sua miopia emozionale. Come nella migliore tradizione letteraria pirandelliana, però, la linea tra la comicità e il dramma è flebile e nebulosa, ed è così che Russian Doll riesce a coniugare la tragicità e la risata, coesistenti ed antitetiche al tempo stesso, ma fondamentali per la creazione di una storia che voglia presentare un personaggio tridimensionale e sfaccettato.

In un altro dei più brillanti prodotti Netflix degli ultimi tempi, Maniac, c’è un punto della storia nel quale la protagonista Annie Landsberg (Emma Stone) si sottopone a un test psicologico che indaga la sua “volontà di resistenza”, cioè la tenacità nel dissimulare le emozioni  reali circa un vissuto il più delle volte spiacevole, o traumatico. Questo tema si ritrova in un certo senso anche in Russian Doll. Quello che i personaggi delle due serie hanno in comune è l’incapacità formidabile di effettuare una qualsivoglia forma di riconciliazione con un passato che hanno relegato a essere l’equivalente non infantile del mostro sotto il letto: l’illusione di avere sotto controllo un’entità che ci si impegna a relegare dove non si può vedere, con il tormento perenne  che sia, in ogni caso, dannatamente presente.

L’effetto immedesimazione non è assicurato, ma certamente probabile. L’aspetto psicologico che viene scandagliato, in quella che  comunque rimane una serie tv e non un Manuale diagnostico dei disturbi mentali, è comune a quasi tutti gli esseri umani; con i nostri limiti, i nostri difetti, la nostra sana dose di indisponibilità a venire a patti con quello che ci connota come esseri perfettibili. Russian doll è un prodotto che evidenzia un certo sforzo nello scrivere una storia che presenti un certo grado di profondità, e per quanto mi riguarda è già abbastanza per essere figlio di una produzione cinematografica di un colosso che punta a colpire il massimo numero di persone possibili, non certo a creare un’opera così sofisticata da essere compresa da una nicchia di intenditori, di quelli che fumano la pipa e che il sabato sera vanno a un gruppo di lettura per discutere La critica della ragion pura.

In ogni caso, la visione vale la pena. Di certo,  vi aiuterà a stare più attenti quando scenderete le scale.

 

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