16/10/2019
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IL CIELO (E LA TERRA) IN UNA STANZA. PARLIAMO DI WUNDERKAMMERN

 

Ci sono ancora, ci sono da sempre. Hanno occhi stellati e accavallano le gambe. Siamo tutti collezionisti, ma quasi nessuno come loro. Occorre denaro, occorre passione. E la dedizione, tantissima. La dedizione è vincolo nuziale tra l’amore e il tempo. Di questo più che di altro si compone una Wunderkammer.

Quattro, cinque, sei marzo. Pochi cinema per questo bel documentario diretto da Francesco Invernizzi, tra Italia, Gran Bretagna e Francia.

La Grande Bellezza. Chi ha avuto modo di vedere il film di Paolo Sorrentino si rammenterà di Stefano, “amico delle principesse”, San Pietro laico che ha con sé le chiavi dei più bei palazzi di Roma. Rammenterà il toccante tour notturno che offre ai protagonisti – e per esteso a noi.

Ecco. Immaginiamo un’esperienza del genere, ma prolunghiamola a ottantanove minuti. Non di ville parliamo, bensì di stanze, scrigni della meraviglia, figlie dell’eccentricità dei principi del passato e dei moderni dandies. Ogni collezione è erede del suo tempo. Soprattutto, ogni collezione è un ritratto umano. Abbiamo così Sir John Soane, architetto del tardo Settecento, la cui dimora è già un mausoleo, ancor prima della sua morte. Devoto alla meraviglia, il nostro Sir erige uno dei più importanti prototipi museali, confermandovi quell’amore per l’horror vacui, quel desiderio di condurre l’ospite a una passeggiata sentimentale, ancor prima che nozionistica. Bruce Boucher, attuale Direttore della casa-museo, ne onora la filosofia aprendoci l’incanto di una parete a scomparsa.

Vivono di questi artifici, i collezionisti. E se la prima regola è sconvolgere il visitatore, la seconda è non lasciare al vuoto il benché minimo spazio libero. Quasi superfluo dire che gli stessi soffitti sono gremiti di campioni da esposizione, saldamente fissati o appesi con dei cavi.

 

“Tutto interessante”, replicherete. “Ma cosa contiene effettivamente una Wunderkammer?

Risposta: tutto. O meglio, un tutto tentato, cercato con tutti i mezzi possibili. Figlio dell’inquietudine, l’uomo del Rinascimento si fa prendere dalla foga dell’ordinare, dello strutturare il mondo nei suoi dettagli più incomprensibili. Questa brama di campionatura ce la portiamo dietro tuttora: è Luca Cableri della Galleria Theatrum Mundi a dircelo, narrandoci di quel particolare collezionista che gli avrebbe chiesto un pezzo di luna, suggerendogli persino il metodo della sonda spaziale.

Ma riavvolgiamo il tempo, ai secoli dei mirabilia mundi, quando ancora si favoleggia di un Oriente lontano, dunque legittimato a ospitare ciò che si vuol credere reale; quando ancora non sono noti certi dettami scientifici e ci è permesso indugiare nelle illusioni dei draghi – ah, i dinosauri, già collezionati, ma ancora ignoti come tali – e degli unicorni, il cui corno prezioso è in realtà l’appendice del narvalo. Simili collezioni, nate per giustificare il sogno, hanno più del sentimento che della scienza, intrecciandosi a tratti con la religione: sono questi i secoli in cui i coccodrilli tassidermizzati stanno appesi nei soffitti delle chiese, a incombere sui fedeli e rammentare loro del demonio. E chi l’ha mai vista una bestia del genere finora?

C’è poi chi fa del proprio meglio per non limitare allo stupore la portata di queste stanze. C’è quindi una cesura tra due tipologie di Wunderkammer, la principesca e la scientifica, tanto sfarzosa e fiabesca la prima, quanto la seconda punta a darsi un tono più didattico. Sappiamo di Kircher e Aldrovandi, uno a Roma e l’altro a Bologna, il primo già capace di fornire un catalogo della propria collezione; per quanto riguarda il bolognese, già si manifesta il desiderio di ordinare e collocare gli oggetti in forma enciclopedica.

Perché sì, anche una Wunderkammer possiede uno schema: non esiste tappeto multicolore che sia privo di una dettagliata struttura tessile.

E dunque abbiamo i naturalia, fulcro principale di ogni Camera delle Meraviglie, dove si colleziona un campionario di tutto ciò che vi è più strano sul pianeta, falsi prodigi compresi; gli artificialia, o il gusto manierista dell’innesto umano sul campione naturale. Immancabile la conchiglia nautilus lavorata, la cui struttura illustra perfettamente la sezione aurea – e auree son quasi sempre le applicazioni artistiche di cui diventa oggetto. Il culmine della raffinatezza e dell’ingegno si tocca nella Galerie Kuger, con la sua collezione di orologi automi, bestiari meccanici già capaci alla fine del Cinquecento di meravigliare il pubblico muovendo gli occhi e spostandosi sul tavolo. Il gusto esotico di tali oggetti li rende perfetti per illustrare soggetti orientali, sultani, elefanti e scimmiette isteriche, rigorosamente indorati. Un lusso indiscusso, l’orologio. Non è un caso che i signorotti tardorinascimentali abbiano tanto desiderio di farsi ritrarre affiancati dai prestigiosi ninnoli. E alla medesima classe meccanica appartiene il diavolo-automa di Settala, custodito nel Castello Sforzesco. Disposto nella sezione dei curiosa, le stranezze più assolute, questa diabolica trovata muove occhi e bocca, ride, si sporge sul malcapitato visitatore. Perché si sa, la Wunderkammer è spesso occasione di sfoggio della propria ricercatezza intellettuale, sulla scia di quei rinascimentali tanto derisi già dai coevi, che amano atteggiarsi a melanconici, precedendo i nostri hipster.

“Vorrei darvi il benvenuto all’interno della mia mente”, dice Viktor Wynd, odierno collezionista dallo spiccato accento britannico, riallacciandosi al nostro discorso. L’organizzazione di una Wunderkammer, così come i mirabilia ivi contenuti, altro non è che un ritratto più o meno conscio del danaroso proprietario. Si parte quindi dai Medici, dallo studiolo di Palazzo Vecchio, che Francesco I ha allestito assecondando le proprie ossessioni alchemiche: un complesso programma pittorico, che suddivide la stanza nei quattro elementi e relativi umori, le cui partizioni combaciano con gli spazi di deposito dei diversi oggetti: perle e conchiglie per l’acqua, i bronzi per il fuoco, le gemme per la terra e così via.

Coronamento di tutti gli stadi naturali, il corallo. Impensabile una Camera delle Meraviglie che non ne possegga un esemplare in bella mostra. Nell’epoca della scienza aneddotica e leggendaria, il corallo è sia animale, che vegetale e minerale: la perfezione. Per contro, i collezionisti più filosofici o tormentati non mancano di esporre come immagine del decadimento un bel teschio, bene in vista come memento mori. Tra gli intervistati, un amatore d’arte coglie l’occasione per spiegarci quanto pensiero sia sedimentato in certe disposizioni collezionistiche. Ha sul piano del camino un teschio e un fallo scolpito. “Eros e Thanatos”, dice. Un divertissement intellettuale. D’altronde non è soltanto il “cosa”, quanto il “come”, a rendere marvellous una Wunderkammer. E se la cosa dovesse turbare il lettore, non gli auguriamo di visitare certe cappelle e cripte del Bel Paese, decorate interamente di teschi e tibie umane, a espressione che la Chiesa è composta, anche letteralmente, dei suoi fedeli.

Di secolo in secolo, il documentario non manca di rendere note le macchie di questo incanto culturale. Macchie composte di popoli saccheggiati dai coloni, al fine di comporre il settore “esotico” delle collezioni; di bracconaggi spietati per fornire agli amatori questo o quel monstrum imbalsamato da appendere al soffitto. Ma è ormai cosa saputa che la storia dell’arte sia un tempio eretto sui cadaveri. E come fu fatto con la Torre di Pisa, la cui stortura era già nota nel corso dei lavori, nessuno ha mai pensato di abbattere il costruito, bensì di correggere il tiro in progressione, migliorando le mosse a venire e tutelando ciò che è pervenuto. Molti detentori di Wunderkammern coeve dichiarano fermamente che i propri animali tassidermizzati siano morti di morte naturale. Eternarne i corpi sarebbe dunque un omaggio, un dono di relativa immortalità. Relativa perché, ahinoi, ben poche Stanze delle Meraviglie sopravvivono al cambio di proprietario, solitamente un erede più mondano che ha fretta di trasmutare in valuta l’intera raccolta.

Passano gli anni, cambiano le collezioni. L’istinto del raccoglitore non ci ha abbandonato e mai lo farà. Ai teschi si sostituiscono i fossili, agli automi orologi gli esemplari robotici. Le reliquie, l’appannaggio dei devoti, lascia il campo a icone più laiche e decisamente meno macabre: autografi, indumenti e accessori di questo o quel personaggio famoso. La nuova frontiera del collezionismo guarda ormai allo spazio profondo, ghiotta di meteoriti e strumenti aeronautici. Oggi ci piace giocare coi tesori, dare ancor più risalto alla componente intellettuale. A Chateau d’Oiron, dove i Gouffier davano corpo alla propria curiosità, la permanente “Curios & Mirabilia” si diverte a esporre ironici artificialia, fatti di pastiche di animali imbalsamati e meraviglie tutta del nuovo millennio, come la sfera metallica di Tom Shannon, che levita al centro di un disco per effetto del magnetismo.

Ed ecco il film, ecco i contenuti. Un viaggio assai narrato, molto sentimentale. Si rimbalza lungo le epoche, forse un po’ troppo precipitosamente, anche nella semplice lettura delle didascalie, che tendono a svignarsela dopo pochi secondi, eclissando il nome dell’oratore. Vale una serata e vale il suo biglietto, pur lasciando qualche lacuna. Come i luoghi che presenta, anche lui si pone la priorità di stupire, d’incuriosire e andarsene senza saziarci.

Ma senza fame ci sarebbe mai stata Wunderkammer?

 

Sharon Tofanelli

 

Wunderkammer – Le Stanze della Meraviglia

Titolo originale: Wunderkammer – Wow – World of Wonders

Regia di Francesco Invernizzi

Con Alexis Kuger, Luca Cableri, Jean Hubert Martin, David Ghezelbash, Loic Malle

 

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