16/10/2019
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Philip Roth, un ricordo

I’m interested in people when they’re not happy.

 

Tre giorni fa ci ha lasciato, all’età di 85 anni, quello che quasi all’unanimità è stato definito lo scrittore americano più influente del secondo novecento: Philip Roth.

Figlio di immigrati galiziani di origine ebraica, Philip Roth (1933) comincia a scrivere da giovanissimo all’età di 19 anni ma il vero esordio nel panorama letterario avviene conAddio columbus e altri cinque racconti” (1959) e si può dire che da allora non smise mai di scrivere fino al 2010, anno a cui risale il suo ultimo romanzo “Nemesis”.

Quando durante un’intervista nel 2010 gli venne chiesto come facesse a scrivere così tanto e così bene, ironicamente rispose: “Non dormo”. Dietro questa affermazione che fa quasi sorridere si legge un sottofondo amaro: lo scrittore sembrava tormentato da questo suo “dono”, lui che cominciò a scrivere solo “per vedere se ne ero veramente capace”. “Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine” ha detto in occasione dell’intervista per la presentazione del suo ultimo libro. Poi il ritiro all’otium nella casa in campagna, la consapevolezza di aver scritto tutto il meglio che poteva ma le idee sempre chiare e l’occhio vigile e attento sulla scena politica contemporanea, della quale non nascondeva di disprezzarne i protagonisti.

Quasi sessant’anni di infaticabile lavoro e una carriera letteraria costellata da premi, fra tutti si ricorda il Premio Pulitzer per la narrativa del quale è stato insignito per “American Pastoral” nel 1998, e quel Nobel che non ha mai potuto stringere tra le mani, forse per quella tendenza allo scandalo che tutti gli imputavano, ma per il quale ha ricevuto numerosissime candidature.

Fa quasi sorridere per ironia della sorte la notizia che quest’anno l’Accademia svedese abbia deciso di non assegnare il premio per la letteratura per via dello scandalo che ha coinvolto Jean-Claude Arnault, marito di una giurata.

 

  

Il clamore, l’indignazione e le critiche che seguirono l’uscita de “Il lamento di Portnoy” (1969), edito da Bompiani nel 1970, non furono per nulla clementi con l’autore ma l’attenzione di portata nazionale che portarono con sé non fecero che aumentarne la fama. La condotta di un erotomane accompagnata da nevrosi, credenze e insofferenze è sciorinata con dovizia di particolari per 220 pagine insieme alle quali non manca una critica – anch’essa dai toni lamentosi- della classe sociale di cui il protagonista è membro. Oggi è ritenuto un capolavoro della letteratura mondiale. Roth in un’intervista confessò di mal sopportare chi a tutti i costi cercava di sovrapporre la sua figura a quella del protagonista del libro, quasi come se volessero ritrovare dei tratti autobiografici nella vita di un personaggio di pura invenzione; a questi Philip Roth era solito rispondere che uno scrittore ha qualcosa in più rispetto a tutti gli altri: la fantasia, e come tale, questa non ha nulla a che fare con il mondo del reale. Del romanzo venne fatto un adattamento cinematografico nel 1970 dal titolo “Portoy’s Complaint”

 

Poi il successo di “American Pastoral” (1997), romanzo nel quale vengono affrontati temi  e argomenti politicizzati dai quali lo scrittore si era tenuto alla larga fino ad allora; a fare da sfondo al racconto infatti sono gli anni della Guerra del Vietnam ed i disordini razziali degli anni sessanta che distrussero il centro di Newark. Nel 2016 America Pastoral è stato trasposto in pellicola con il medesimo titolo.

 

Odiato dalle femministe e definito spesso egocentrico e misogino, è innegabile che Philip Roth ci abbia lasciato alcuni dei romanzi più belli e godibili di tutto quanto il panorama letterario contemporaneo. Uno scrittore dalle molteplici sfaccettature il cui intero non si riesce a cogliere se non per accenni, alcuni forniti da Roth stesso per mezzo dell’ alterego Nathan Zuckerman. La capacità di riuscire a scandagliare l’anima dei suoi personaggi mettendone in luce anche i lati più oscuri e malinconici, senza mai mancare di ironia e causticità, lo hanno reso vero come pochi scrittori sanno essere, consacrandolo così all’immortalità. 

 

 

 

 

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