17/09/2019
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C’ERA UNA VOLTA FIERAVECCHIA-Storia e tesori della Biblioteca Umanistica

La Biblioteca Umanistica in via di Fieravecchia è uno dei luoghi più frequentati e rappresentativi della nostra Università, e non solo per gli studenti di area umanistica.
Tuttavia, anche i più assidui frequentatori sono spesso all’oscuro circa la sua storia e le sue peculiarità, che la rendono molto più di una semplice biblioteca.
Proprio per questo abbiamo intervistato il direttore della biblioteca, il Prof. Luca Lenzini.

Ci racconti la storia di questo splendido palazzo. Cos’era prima di diventare la nostra Biblioteca Umanistica?
Il palazzo, che inizialmente comprendeva unicamente l’ala in cui si trovano gli studi e le aule ai piani superiori, era in origine comprensivo anche della chiesa di San Raimondo e della struttura del Refugio; era un convitto per ragazze di famiglia nobile, nel quale insegnavano lettere classiche, cucito, gastronomia, insomma tutte le attività che all’epoca erano considerate tipicamente femminili. Si tratta di un palazzo importante e di pregio, nel quale tra ‘800 e ‘900 architetti di valore hanno realizzato il giardino, da sempre molto apprezzato dai nostri studenti, disposto su tre terrazzamenti con un sistema di tre vasche, anche se ora ne è rimasta solo una. Insomma, già all’epoca il giardino costituiva uno scenario unico. Inoltre, ospita anche delle piante storiche, il grande tasso in primo luogo.

Com’era la Biblioteca quando è stata fondata e com’è cambiata negli anni?
Il palazzo fu acquistato dall’Università all’inizio degli anni ’70, quando nacque la facoltà di Lettere e Filosofia, i primi corsi si sono tenuti nel 1971-1972.

La biblioteca inizialmente era formata esclusivamente dall’attuale sala di lettura, il resto del piano terra era occupato da uffici, mentre il piano inferiore era sfruttato come magazzino, al quale gli studenti non potevano accedere direttamente.  All’inizio, come dicevo, un’ala del palazzo, successivamente collegata al palazzo di San Galgano, ospitava la sede storica della Facoltà con tutti i suoi indirizzi disciplinari, che attualmente sono dislocati su più sedi (San Galgano, Servi, San Niccolò).
Proprio dopo il trasferimento di alcuni dipartimenti la biblioteca ha potuto allargarsi; inizialmente c’era solo il piano terra e il piano inferiore, ora invece abbiamo a disposizione anche i piani superiori, nei quali abbiamo cominciato ad allestire i fondi d’autore.

Dalla fine degli anni ’80, quando ho iniziato a occuparmi della biblioteca insieme ai Presidi della Facoltà (ricorderò in particolare Maurizio Bettini e Tommaso Detti, che molto s’impegnarono), è iniziata una sorta di rivoluzione copernicana ed è stato impostato il piano del progetto della biblioteca a scaffale aperto, che tuttora è una nostra peculiarità.
Mentre ancora oggi molte biblioteche separano l’utente dal materiale, la nostra biblioteca a scaffale aperto prevede che circa il 90% del materiale (nel nostro caso si tratta di circa sei chilometri di libri) sia direttamente accessibile agli studenti, in modo da favorire la ricerca e, più in generale, agevolare chi deve svolgere studi che richiedono la consultazione di decine di libri e di riviste.
Questa è stata sicuramente un’esperienza molto positiva, è ormai parte distintiva della fisionomia della biblioteca e spero che si continui sempre su questa strada.

Com’è iniziata la splendida tradizione dei fondi d’autore e quali sono i più ricchi?
Innanzitutto, è necessario chiarire che i fondi d’autore sono costituiti sia da materiale librario che archivistico; si tratta di librerie e archivi appartenuti a personalità della cultura, spesso docenti della nostra facoltà, che hanno deciso di conferire questo patrimonio alla biblioteca o che noi abbiamo acquistato negli anni.

La biblioteca ha adottato la politica di acquisire fondi di autori e studiosi fin dai primi anni di attività, ancor prima che Franco Fortini donasse il suo fondo.
Nel primo decennio di attività, infatti, furono acquisite le biblioteche di Ranuccio Bianchi Bandinelli e di Mario Fubini, attinenti rispettivamente alla storia antica e all’antichità in genere l’una, all’italianistica l’altra. Tuttavia, queste due raccolte non furono trattate come fondi d’autore, ma costituirono in qualche modo il “carburante” per la didattica e diventarono parte integrante della biblioteca senza essere trattate singolarmente.

Invece, quando è stato acquisito il fondo Fortini è stata adottata una procedura diversa, sia per l’evoluzione del settore professionale sia  perché si trattava di uno scrittore di primissimo piano.
Fu Franco Fortini in persona a donare la sua biblioteca, successivamente la moglie donò anche il suo archivio, che non comprende solo la corrispondenza (in tutto 6000 lettere), ma anche materiale di grafica, audiovisivi, diari, manoscritti e canzoni. Insomma, si tratta di un archivio poliedrico proprio come lo stesso Fortini.
L’acquisizione del fondo ha reso possibile l’apertura della sezione archivi con personale dedicato che in poco tempo, data la mole complessiva del fondo, l’ha catalogato e reso fruibile.
Questo ha sicuramente fatto da catalizzatore per altri fondi arrivati in seguito.

Sono oltre venti i fondi che abbiamo o acquisito come doni o acquistato, come ad esempio il fondo Parronchi, che è il più ampio in assoluto; Parronchi è stato attivo come storico e critico dell’arte e cinematografico, poeta e traduttore, dagli anni ‘30 fino al 2007, questo può dare un’idea indicativa di quanto ampio sia il fondo da noi custodito: sono necessarie due sale solo per la parte libraria, senza contare poi quella archivistica che è vastissima. È sicuramente il più cospicuo quantitativamente, anche perché il suo proprietario tendeva a conservare tutto, anche ciò che riceveva dagli amici; infatti, all’interno del fondo Parronchi ci sono diversi sub-fondi, come quello Pratolini, molto importante poiché contiene manoscritti di Vasco Pratolini, o come quello di Mario Marcucci, che contiene non solo lettere e libri, ma anche disegni.

Sarà ormai chiaro come lo spettro delle discipline copra l’intero arco umanistico; inoltre, è rappresentata addirittura la matematica con il fondo Toth, studioso ungherese poi trapiantato in Francia e in Germania.
Per di più, spesso questi intellettuali erano mediatori di cultura, quindi conserviamo anche molte traduzioni.

Quali sono, a suo avviso, i benefici maggiori per l’Università derivanti dai fondi d’autore e come vengono valorizzati?
Il patrimonio  della Biblioteca Umanistica e l’attività di ricerca che vi si svolge  è per il nostro Ateneo un punto di prestigio importante.
La biblioteca ha saputo mettere a disposizione questo materiale estremamente vario proprio in conformità ai fini della nostra istituzione: la ricerca e la didattica.
Per questo abbiamo sempre incentivato la stesura di tesi connesse al materiale da noi conservato;  non solo tesi filologiche, letterarie e attinenti alla storia della cultura, ma anche incentrate sulla genesi delle opere, sulla peculiarità dei documenti e i rapporti tra gli intellettuali novecenteschi, quasi sempre aperti a più discipline.Inoltre, abbiamo sempre incentivato tirocini, borse di studio e attività svolte dai giovani del Servizio Civile sul materiale da noi custodito.
In generale, non si tratta solo di conservare il materiale, ma anche di fare tutto il possibile perché venga studiato e sfruttato al meglio: per questo vi è un catalogo online che permette agli studiosi di tutto il mondo di conoscere i nostri fondi d’autore ed, eventualmente, di venire qui a Siena per studiarli.
Insomma, l’attività della biblioteca non rappresenta solo un fiore all’occhiello, è un nucleo forte, un propellente di ricerca della nostra Università.

Al momento attuale in Toscana, che pure è una regione ricchissima sotto questo punto di vista, possiamo affermare che la nostra Biblioteca è seconda solo all’Archivio Bonsanti di Firenze e alla Scuola Normale Superiore, sempre per quanto riguarda i fondi di autori vissuti nel ‘900.
Anche in Italia, dopo centri importanti come Pavia e Milano, rivestiamo un ruolo di primo piano.

Il nostro lavoro ha sicuramente un forte impatto anche a livello cittadino, custodiamo, tra gli altri, il fondo Cesarini, che è stato un personaggio importante per Siena.
Ci siamo arricchiti anche sul fronte contemporaneo: poco tempo fa abbiamo ospitato Carlo Bordini, poeta ancora vivente che ci ha donato il suo archivio e proprio in queste settimane stiamo archiviando il fondo Attilio Lolini, poeta senese morto due anni fa, che avendo anche un’attività editoriale era in contatto con una moltitudine di poeti contemporanei.
Il territorio di competenza dei nostri archivi si sta allargando notevolmente e per valorizzarli stiamo allestendo delle sale d’autore al primo piano, nelle quali non sono conservati solo libri, ma anche riproduzioni di documenti che possano trasmettere un’idea ancor più personale dell’autore.
Sono già aperte la Sala Fortini, la Sala Landolfi, che ospita un fondo davvero importante, di un narratore che è stato tradotto in tutto il mondo, e la Sala Omar Calabrese, a lungo docente a Scienze della Comunicazione presso il nostro Ateneo e scomparso prematuramente.
Inoltre, speriamo che entro quest’anno verranno portate a termine le due Sale Parronchi.
Pian piano l’intero piano verrà dedicato alle sale d’autore che, è importante specificarlo, sono sale lettura aperte, nonostante i fondi siano ovviamente sottochiave, dal momento che custodiscono annotazioni e tracce d’uso degli autori che possono costituire materia di studio.

Tra i vari fondi qui custoditi c’è anche il fondo Fabrizio De André, ci racconti la sua storia.
Mi chiedono sempre: come mai De André a Siena?
Prima di tutto la nostra biblioteca negli anni si è costruita una certa fama in qualità di biblioteca che permette a studiosi e bibliotecari di lavorare sui fondi d’autore, quindi chi si rivolge a noi lo fa perché è consapevole che il fondo verrà valorizzato al meglio.

L’allora Preside della Facoltà di Lettere Gianni Guastella era in rapporto con la Fondazione De André di Milano, che non possedeva personale o competenza archivistica per trattare un fondo del genere, e si adoperò in modo decisivo per l’acquisizione.
Purtroppo, non possediamo tutta la biblioteca, che è andata dispersa, ma custodiamo circa un centinaio di libri, spesso annotati dallo stesso De André.
Inoltre, possediamo materiale archivistico, agendine, tesi, sul quale è in corso una tesi di dottorato.
Per di più è attivo un Centro Studi Fabrizio De André presieduto da Giulia Giovani, docente di Storia della musica e Musicologia, che promuove iniziative concertandole con la Fondazione di Milano. Negli anni sono state bandite varie borse di studio, di natura archivistica ma anche di studio, dalle quali sono nati articoli, libri e saggi.

La biblioteca custodisce anche risorse meno note ai più, come la mediateca, la fototeca G. Previtali e il laboratorio di cinema, teatro e musica. Ce ne parli.
Il laboratorio di cinema, teatro e musica appartiene ed è gestito dal dipartimento DSSBC.
La fototeca è parte della donazione Previtali, in realtà è la prima parte del fondo a noi donata e fu digitalizzata a cura dello stesso dipartimento. Cospicui fondi fotografici sono anche all’interno di altri fondi (in particolare Parronchi e Bellosi), c’è una fototeca anche all’interno dei fondi Cesarini e Cairola, che era un gallerista. In generale conserviamo moltissimo materiale fotografico.

La mediateca si è costituita in funzione degli studenti, c’è una parte musicale fruita principalmente dagli studenti di musica, ed una parte che comprende film e teatro, che oggi viene meno utilizzata perché attraverso la rete reperire materiale è più facile che in passato, ma d’altra parte custodiamo anche collezioni particolari che meriterebbero un discorso specifico.
Uno dei nostri limiti è la logistica: in questo momento non è possibile garantire a tutti dei punti d’ascolto completamente attrezzati; anche per questo una parte dei film è al bancone, in modo che sia ben visibile e che gli studenti possano prenderli in prestito, mentre un’altra parte è conservata negli uffici.
In ogni caso, a tutti è possibile accedere, non solo agli studenti universitari, ma anche, come capita spesso, agli studenti delle scuole superiori, autorizzati dai docenti; in quanto Biblioteca Umanistica c’è ovviamente un legame forte con il territorio e con la città.

Al I Piano c’è la Sala Cinema, attualmente inutilizzata: ci sono progetti in corso che la riguardano?
La Sala Cinema ha una gloriosa storia, quando ero studente vi teneva le sue lezioni Antonioni. Successivamente sono entrate in vigore delle norme sulla sicurezza che ne hanno impedito l’apertura al pubblico e perciò è stata chiusa.
Ci sono dei progetti del Dipartimento DSSBC per recuperarla, ovviamente con la nostra partecipazione, tuttavia tali progetti devono ancora essere definiti e non potranno essere portati a termine finché non ci sarà un intervento strutturale sui vari elementi che attualmente la rendono inaccessibile, ma è sicuramente un punto importante nell’agenda dell’Ateneo.

Ci sono iniziative attive per conoscere meglio la biblioteca e i suoi tesori?
Ogni anno cerchiamo di organizzare delle mostre per valorizzare il materiale e per farlo conoscere non solo al pubblico istituzionale e studentesco, ma anche alla città, dopotutto si parla di personaggi di rilevanza nazionale.

Uno scopo è dunque valorizzare il materiale, l’altro è connesso al fatto che spesso alle mostre lavorano tirocinanti e ragazzi del Servizio Civile, che hanno quindi l’occasione di imparare a gestire una mostra in ogni suo aspetto.
Manteniamo sempre contatto con la Fondazione Musei Senesi, quindi con il Santa Maria della Scala, dove nel 2017 abbiamo realizzato una mostra per il centenario di Fortini dedicata alle foto da lui scattate in occasione del suo viaggio in Cina nel 1955.
Le mostre non rappresentano un surplus, sono anzi una parte integrante del nostro lavoro ed è un aspetto molto gradito dagli studenti, soprattutto dai tirocinanti, che hanno l’occasione di sviluppare competenze spendibili nel campo del lavoro.

Ringraziamo il Prof. Luca Lenzini per la sua disponibilità.

Giulia Baccaro

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