23/05/2019
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Gaio Valerio Catullo, Le Poesie – Intervista ad Alessandro Fo

Il 5 dicembre 2018 ha avuto luogo qui a Siena la presentazione del volume di poesie di Gaio Valerio Catullo edito da Einaudi. La traduzione, a cura di Alessandro Fo, rappresenta un’impresa poetica non indifferente, ricca di novità, a partire dalle scelte metriche.
Alessandro Fo è professore ordinario di Letteratura Latina presso l’Università degli Studi di Siena. Poeta, saggista e traduttore, si era già confrontato con l’esametro virgiliano, in occasione della traduzione dell’Eneide (Einaudi, 2012).
Noi di Piazza del Campus vi proponiamo una breve intervista che speriamo susciti in voi la stessa curiosità che ci ha spinto a saperne di più.  


D: Tradurre l’intraducibile»: com’è nata l’idea di ridare voce ad un testo che con difficoltà si offre alla traduzione?
R: Qualunque traduzione è per il traduttore una sfida, e lo specifico caso di Catullo configura una sfida effettivamente piuttosto impegnativa, per varie ragioni (per esempio la molteplicità di metri; la varietà di livelli espressivi; la notorietà di testi e di gruppi di versi: cosa che accende orizzonti d’attesa particolari). Può succedere che un compito di traduzione venga proposto dall’esterno, o che invece ce lo si vada a cercare. Per me, per esempio, le traduzioni delle Metamorfosi di Apuleio e poi dell’Eneide rientrano nel primo caso. Invece per Catullo, come già per Rutilio Namaziano, ho chiesto io di potermici dedicare. Avevo per la sua poesia una antica passione, e, a un certo punto, vicende personali (il dono di un prolungamento della vita, dopo essermi trovato alle soglie dell’Ade) hanno fatto sì che sentissi venuto il momento di provare a raccogliere quella sua difficile sfida.

D: L’incontro con Catullo, avvenuto presumibilmente tra i banchi di scuola, quando ha assunto quella nota di comunione spirituale che traspare con evidenza già ad una prima lettura del testo?
R: È vero che un primo momento di innamoramento risale ai banchi di scuola. I testi di Catullo, con la loro ‘eterna giovinezza’, erano uno dei pochi raggi di luce in grado di illuminare ore ginnasiali di pesantezza inaudita. Sotto quella pioggia di asfissianti pedanterie, era dunque possibile continuare a «dire con verità le cose consuete e vere» (è – sebbene ad altro proposito – una frase di Gadda che ritrae Catullo a meraviglia). Un ulteriore decisivo incremento di questa consonanza è fiorito molto tempo dopo, quando gli studi catulliani di Mario Citroni (confluiti poi nel suo Poesia e lettori in Roma antica, Laterza 1995) mi hanno dischiuso nuovi orizzonti. Quelle pagine, a loro volta «illuminanti» – la critica può ‘sconfinare’ nella poesia – mi hanno aiutato a scendere più in profondità, ad andare oltre l’idea convenzionale, vulgata, che si ha di Catullo. Una più precisa e raffinata comprensione dei meccanismi genetici e di circolazione dei suoi carmi veniva come a rivitalizzare l’interesse nei suoi confronti, invitandomi sempre più intensamente a osare quella particolare forma di avvicinamento che consiste nel tentativo di una traduzione.

D: In sede di traduzione, com’è possibile raggiungere una sintesi efficace tra il lessico della modernità (oggi sempre più povero) e la parola catulliana, la cui complessità è cifra stilistica e insieme nota di valore?
R:
Non credo che si possa dare una norma precisa. Occorre naturalmente cercare caso per caso di intuire il giusto punto di compromesso fra la rosa di soluzioni teoricamente ‘possibili’ di fronte a un certo problema, e la loro ‘sostenibilità’ quanto a possibile recezione nell’orizzonte della sensibilità linguistica ed espressiva del pubblico. Bisogna andare un po’ ‘a fiuto’, sperando di tenere una rotta accettabile. Interrogarsi di continuo: cosa sto scrivendo? Tradisco i toni, le sfumature dell’autore? Gli sto prestando un adeguato servizio? Non servirà ad avvicinarsi alla perfezione, chimera irraggiungibile, ma per lo meno aiuta a non crogiolarsi in un narcisistico autocompiacimento sterile e potenzialmente esiziale.

D: Il dibattito sempreverde tra i classici e la modernità è una fonte inesauribile di stimoli critici: a questo proposito, vorremmo chiederle dove potrebbe risiedere l’attualità dell’opera di Catullo al punto da renderne necessaria un’ ulteriore traduzione? 
R:
Separerei i due aspetti: una nuova traduzione di un classico può risultare, se non necessaria, comunque opportuna per varie ragioni. Personalmente, ritengo che, almeno nel settore poetico, nuove traduzioni aiutino a cercare di mettere sempre meglio a fuoco la voce di un autore antico, in un contesto culturale che muta velocemente atteggiamenti espressivi. La cosiddetta attualità di un classico è un problema di diversa natura, e ormai discusso e ri-discusso all’infinito. Ogni antichista prima o poi si trova a fare i conti con questo nodo: chiunque ami i classici e se ne occupi da vicino, prima o poi incontra (in famiglia, fra gli amici…) la fatidica domanda ‘a che serve?’, ‘perché dovrebbe essere attuale?’ (io stesso ho a suo tempo cercato di spiegare le mie ragioni in proposito, in uno scrittarello intitolato Avanzare retrocedendo: qualche opinione sul futuro insegnamento dei classici). Ma la maggior parte dei carmi di Catullo è con evidenza così immediatamente vicina alla sensibilità comune di tutti noi, in campi cruciali come la sfera dell’amore e quella dell’amicizia, che il problema di una sua presunta ‘attualità’, secondo me, quasi neppure si pone. È un volto, se si vuole, della ‘acronica’ e dunque perenne attualità della poesia: un volto del «quando trovo in questo mio silenzio una parola, scavata è nella mia vita come un abisso».

D: Odi et amo: quali sono il Catullo odiato e il Catullo amato da Alessandro Fo? 
R:
L’unico aspetto di Catullo che mi è parso talora suscettibile di «odio» è la bibliografia catulliana in caccia di scoop e di trovate eclatanti con cui fare sfoggio di presunto acume e di sopraffina intelligenza. Purtroppo ci sono molti titoli che si ispirano a questo tipo di prospettiva. Ma Catullo non ne ha colpa, e in lui, nella sua personale poesia, onestamente non trovo nulla di ‘odiabile’. Penso che sia un poeta, piuttosto, da «amo e ri-amo». Mi auguro di riuscire, con il mio umile lavoro, a fargli guadagnare sempre maggior amore anche da parte di molti lettori che non hanno finora avuto occasione di incrociarlo – e, quanto a me, molto mi meraviglierei se dovesse un domani avvenirmi di non amarlo più.

 

Alice Montalto e Cecilia Cannata

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