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09/12/2018
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Questo NON è un articolo sulla Festa della donna

Questo non è un articolo sulla Festa della donna perché non ho nessuna intenzione di ripercorrere qui le tappe che nel 1977 hanno portato all’istituzione della Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale (United Nations Day for Women’s Rights and International Peace).

Questo non è un articolo sulla Festa della donna perché non starò qui a dilungarmi sulle radici della leggenda (o come va di moda dire oggi, della fake news) che vuole che l’otto marzo del 1908 a New York siano morte centinaia di operaie della fabbrica di camicie Cotton (o Cottons) a causa di un rogo divampato nello stabile; e che perciò proprio l’otto marzo si festeggi il Women’s day.

Questo non è un articolo sulla Festa della donna perché non ho la minima voglia di sprecare lo spazio di queste poche righe per spiegare perché l’otto marzo si regalino mazzolini di mimose a madri, nonne, adolescenti o bambine e non piante di orchidee, per esempio.

Questo non è un articolo sulla Festa della donna perché non farò menzione di nessuno dei locali di Siena che stasera offrirà la prima bevuta gratis a donne e ragazze.

Le poche parole che mi sento di spendere oggi, sul conto di questa giornata, non possono infatti che aspirare a costituire una semplice (e forse banale) riflessione: una riflessione che, nata all’ombra della maturità che cresce e degli studi che faccio, non smette di rendermi ogni anno più insofferente a quel rametto di mimosa che mi capita di ricevere ora da questo ora da quello alla mattina di ogni otto marzo, ai messaggi di auguri, agli articoli come quello che non ho voluto scrivere.

Una riflessione che si carica d’indignazione per un parità di genere auspicata e ricercata solo una volta l’anno;

per la marea capitalista e consumista che ha saputo investire anche questa ricorrenza come tutte quelle che celebriamo;

per il fatto che il nostro genere abbisogni ancora, nel 2018, di una festa che lo santifichi;

per tutte le donne vittime di femminicidio, violenza, stupro, tratta e chi più ne ha più ne metta che dall’inizio di quest’anno sono andate ad ingrossare, loro malgrado, le fila di una schiera che sembra non voler più arrestarsi dal crescere;

per Matteo Salvini, il leader politico che con la sua Lega ha raggiunto alle elezioni politiche dello scorso 4 marzo il 18 % dei voti, racimolando probabilmente più di qualche consenso anche tra le italiane, forse immemori dell’offesa da lui riservata all’on. Laura Boldrini solo qualche mese fa, quando durante una festa del Carroccio il leghista aveva ben pensato di paragonare il presidente della Camera ad una bambola gonfiabile;

per il fatto che esista ancora oggi una legislazione sulle quote rosa e che stando agli ultimi dati Onu una donna guadagni in media il 23 % in meno di un uomo, pur a parità di ore di lavoro e mansioni;

e, da ultimo, perché la storia dell’emancipazione femminile, che può essere simbolicamente fatta iniziare con quel fatidico 6 febbraio 1918 – data a cui risale la conquista del voto per tutte le donne over 30 da parte delle suffragette inglesi, è ancora lungi dal trovare compimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Flavia Petitti




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